Era passata appena una manciata di anni dalla fine della Seconda guerra mondiale quando, nel 1951, sei Paesi europei fondarono la Comunità del carbone e dell’acciaio per mettere sotto gestione comune le industrie di tale settore, tanto importante per gli armamenti. Pochi anni dopo, quelli stessi Stati – Germania Ovest, Francia, Italia, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo – avrebbero avviato una cooperazione più ampia, firmando il 25 marzo 1957 i Trattati di Roma e istituendo così la Comunità economica europea (CEE) e la Comunità europea dell’energia atomica (Euratom). Di questa firma ricorre sabato il 60esimo anniversario: l’occasione per i capi di Stato, di Governo e delle istituzioni UE riuniti a Roma, ma anche per le società dei 28 Paesi membri, di tornare a riflettere sul significato e le prospettive del processo di integrazione europea. Un processo che, nel suo corso, ha conosciuto diversi tempi e velocità.

“Stringendo”: le origini
L’Unione europea – istituita nel 1992 e andata a sostituire, nel 2009, le varie entità sorte nel corso degli anni, tra cui la CE (ex CEE) che nel 2002 ha assorbito la CECA, mentre l’Euratom è tuttora indipendente – trova le sue origini nell’immediato secondo dopoguerra. Dilaniati umanamente ed economicamente dai due conflitti mondiali, sei Stati dell’Europa continentale – guidati da personalità quali De Gasperi, Adenauer, Schuman, Monnet e altre ancora – decidono di istituire una cornice entro la quale collaborare ed evitare così pericolose contrapposizioni. Vista l’impossibilità di dare il la a progetti di integrazione ad ampio raggio (nei primi anni Cinquanta fallisce sia il progetto di una Comunità europea di difesa sia di una Comunità politica), ci si accorda nel procedere in maniera “funzionalista”, mettendo ovvero in primo piano la cooperazione economica.
La CEE si crea così attorno all’idea di un “mercato unico” (o “interno”) e, di lì a poco, di una “politica agricola comune”, contribuendo così alla rapida crescita del continente europeo negli anni Sessanta. È solo col passare dei decenni che essa acquisisce ulteriori competenze in tutta una serie di settori, quali il clima, la salute, le relazioni esterne, la tutela dei consumatori e così via.

“Andante”: l’ingresso di nuovi membri e il rapido sviluppo
Nel 1973, anche a seguito del fallimento del proprio progetto di integrazione del continente europeo (ovvero la “European Free Trade Association”), il Regno Unito, la Danimarca e l’Irlanda entrano a far parte della CEE. Nel decennio successivo, la caduta dei regimi in Spagna, Portogallo e Grecia porta all’ingresso pure di questi Paesi, elevando così il numero dei membri a dodici. Un ricordo di tale momento è costituito dalle dodici stelle della bandiera europea, adottata nel 1985, sebbene tale emblema venga utilizzato sin dagli anni Cinquanta pure dal Consiglio d’Europa .
Nel frattempo, una parte consistente dei fondi europei viene destinata – oltre che alla politica agricola comune – allo sviluppo regionale, creando posti di lavoro e infrastrutture nelle aree più povere del continente. Nel 1979 il Parlamento europeo viene eletto per la prima volta direttamente dai cittadini dei vari Stati membri, mentre gli anni Ottanta e Novanta vedono la firma di vari atti che, modificando il trattato istitutivo di Roma, si propongono di integrare ulteriormente la Comunità e completare la costruzione del mercato unico. Nel frattempo, i membri continuano a crescere e pure la Germania, a seguito della riunificazione, vede accresciuta la propria importanza strategica.

“Grave”: gli anni difficili
Nel 2004 sono 25 gli Stati che fanno parte dell’UE, a cui si aggiungeranno di lì a poco pure Bulgaria e Romania. In questi anni hanno tuttavia luogo anche vari avvenimenti che – a posteriori – si potrebbero identificare come l’inizio degli “anni difficili” che attualmente l’Unione sta vivendo. Il progetto di Costituzione europea, che sarebbe dovuto andare a sostituire i due trattati su cui l’UE si fondava, modificando il processo decisionale, le competenze e integrando vari simboli, viene rigettato dalle consultazioni referendarie di alcuni Paesi membri. Nel 2007 – quando il trattato di Lisbona “recupera” parte consistente delle innovazioni della Costituzione, tramite l’ennesima modifica dei trattati istitutivi – ha avvio la crisi finanziaria, che di lì a poco metterà a dura prova le finanze di vari Stati del continente. Diversi attentati terroristici contribuiscono inoltre a creare un senso di insicurezza e diffidenza nella popolazione, a cui negli ultimi anni si aggiungono la crisi della Crimea e l’accresciuto movimento migratorio, al quale l’Unione fatica a dare una risposta unitaria. Nel frattempo il numero dei membri, salito nel 2013 a 28 tramite l’ingresso della Croazia, per la prima volta nella storia si prepara a scendere. Nel giugno 2016, la popolazione del Regno Unito decide infatti di abbandonare l’Unione. È di questi giorni la notizia che mercoledì 29 marzo il governo d’Oltremanica darà formalmente comunicazione della volontà di uscire dall’UE (su cui si veda un precedente EU Update), dando avvio a negoziati il cui esito appare al momento del tutto incerto.

“Sostenuto”: rileggere la crisi?
In definitiva, non è un momento facile quello in cui i l’UE si appresta a ricordare il sessantesimo anniversario della propria fondazione. Al di là dei momenti celebrativi – alla cerimonia ufficiale in Campidoglio si aggiungono varie iniziative nei Paesi membri, aperte anche al pubblico –, sembra così che né a Roma né a Bruxelles né altrove ci sia tanta voglia di festeggiare. Per provare a rileggere in chiave (pro-)positiva tale scoraggiamento generale, la Commissione europea ha pertanto presentato poche settimane fa un “libro bianco” in cui invita a discutere su cinque possibili scenari futuri per l’Europa (si veda il nostro EU Update “Cinque vie per l’Europa”). “Avanti così”, “solo il mercato unico”, “chi vuole di più fa di più”, “fare meno in modo più efficiente” e “fare molto di più insieme”, così sono chiamate le possibili strade che l’Unione potrebbe intraprendere, oscillando tra un ritorno agli albori (economici), uno sviluppo “a più velocità” e un insistere nell’attuale situazione. I politici, riuniti sabato nella Sala degli Orazi e Curiazi dove 60 anni fa furono firmati i trattati, presenteranno al termine delle celebrazioni una dichiarazione comune. Non sarà però ancora il momento di prendere posizione a proposito: decidere dove andare necessita infatti di una riflessione ben più approfondita.

Domenico Rosani

 

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