Il 17 novembre 2017 a Gothenburg, in Svezia, il Parlamento europeo, la Commissione e il Consiglio hanno sottoscritto il pilastro europeo dei diritti sociali. La firma non era che l’ultimo passaggio di un lungo dibattito, iniziato nel settembre 2015 con la dichiarazione del Presidente Junker nel discorso all’Unione, in favore della creazione di un’Europa sociale. In seguito, la proposta della Commissione ha ricevuto più di 16500 commenti online e ha mobilitato più di 200 position paper da parte degli stakeholder. A seguito del grande dibattito sollevato riguardo al pilastro europeo dei diritti sociali, la sua adozione è stata letta da molti come l’apertura ad una nuova fase di integrazione europea.

Oggi il pilastro è composto da 20 principi chiave, strutturati secondo tre categorie che riguardano rispettivamente (1) pari opportunità e accesso al mercato del lavoro, (2) condizioni di lavoro eque, e infine (3) protezione sociale e inclusione. I principi riassumono gli aspetti sociali già presenti nell’acquis communautaire europeo e ne aggiungono di nuovi, in particolare il diritto ad una retribuzione minima adeguata e ad un reddito minimo adeguato. Il testo riguarda quindi ambiti diversi del welfare state e si limita spesso soltanto all’enunciazione dei principi che devono essere alla base della legislazione nazionale. In altri passaggi, invece, le indicazioni sono più articolate e indicano quali politiche attive vadano attuate in risposta a determinati problemi sociali.

L’attuazione dei principi del Pilastro è responsabilità comune delle istituzioni dell'UE, degli Stati membri e delle parti sociali. Gli Stati Membri, infatti, hanno competenze primarie in settori quali il diritto del lavoro, la retribuzione minima, l'istruzione, l'assistenza sanitaria e l'organizzazione dei sistemi di protezione sociale. La principale fonte di finanziamento per l’attuazione del Piano è rappresentata dal Fondo sociale europeo, che svolge un ruolo fondamentale a sostegno degli investimenti degli Stati membri in capitale umano.

Il pilastro europeo dei diritti sociali è accompagnato da un quadro di valutazione della situazione sociale che monitora la situazione nei singoli Stati Membri ed è pubblicato annualmente sul sito della Commissione europea. In seguito, un estratto del report sulla situazione nazionale italiana e lo scoreboard dell’Italia dal 2005 ad oggi (vedere immagine).

Alcuni dati che emergono dai report dell’anno 2017 e in parte dai dati disponibili per l’anno scorso evidenziano che:

  • la quota di popolazione a rischio povertà o di esclusione sociale è diminuita nell'UE dal 23,8% del 2010 al 22,4% del 2017, ma è ancora distante dall'obiettivo della Strategia UE 2020 di far uscire almeno 20 milioni di persone dal rischio di povertà o esclusione sociale. L’Italia, in controtendenza come Spagna e Grecia, ha fatto registrare un aumento dal 25% del 2010 al 28,9% del 2017;
  • per quanto riguarda la classe di età 18-24, la percentuale di abbandoni di istruzione e formazione è in diminuzione, e nel 2018 nell’Unione è stata in media del 10,6% (secondo l'obiettivo fissato dalla Strategia UE 2020 dovrebbe essere inferiore al 10%). Si registrano però ancora dei dati significativamente più elevati in alcuni Paesi, come in Italia, dove la percentuale di abbandoni è al 14,5 per cento;
  • il divario occupazionale di genere nell'UE è ancora all'11,6% nel 2018 e l’Italia si attesta in questo campo al 19,8%, con la terza peggior performance europea, seguita soltanto da Grecia e Malta;
  • il tasso di occupazione nell'UE è in costante crescita e ha raggiunto il 73,2% della popolazione in età lavorativa nel 2018, ma si registrano marcate differenze tra gli Stati membri. In particolare, si evidenzia il dato dell'Italia, che con il 63% si colloca al penultimo posto tra gli Stati membri dell'UE. Si segnala in merito che la Strategia UE 2020 ha come obiettivo un tasso di occupazione non inferiore al 75% entro il 2020;
  • il tasso di disoccupazione nell'UE è in costante diminuzione, in particolare esso è sceso dal 10,9% del 2013 al 6,8% del 2018 (in Italia, nello stesso periodo, è passato dal 12,1% al 10,6%);
  • nel 2018, si è registrato, a livello UE, un tasso di disoccupazione giovanile pari al 15,2%, mentre nello stesso anno ha raggiunto il 32,2% in Italia, il 34,3% in Spagna e il 39,9% in Grecia;
  • la quota dei giovani (15-24 anni di età) che non studiano, non frequentano corsi di formazione e non lavorano (NEET), sebbene sia passata, a livello europeo, dal 13,2% del 2012 all'10,5% del 2018, oscilla ancora tra il 4,2% dei Paesi Bassi e il 19,2% dell'Italia.

Le sfide che il pilastro europeo dei diritti sociali ha davanti sono quindi ancora molto importanti. Ad aggiungersi a quelle delineate e misurate dagli indicatori di cui sopra, vi sono poi sfide di sistema a cui è sottoposto il welfare europeo e mondiale. Tra le altre vale la pena di nominare la digitalizzazione del lavoro (Lavoro 4.0) e dei modelli d’impresa (Intelligenza artificiale), il brain drain dall’Est all’Ovest europeo e dal Sud verso il Nord, il cambiamento climatico – che secondo alcuni esperti contribuirà ad aumentare le diseguaglianze economiche e sociali – e le migrazioni.

Il neo eletto Parlamento europeo e la Commissione europea che entrerà in carica a novembre saranno decisivi, assieme agli Stati Membri, per decidere il futuro del pilastro europeo dei diritti sociali.

Nicola Simonetti

 

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