Il risultato del referendum di giugno e le conseguenze dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea hanno avuto un enorme impatto sull’agenda europea e internazionale, in quanto gli interessi derivanti da questo processo sono estremamente elevati. Per la prima volta nella storia europea uno stato membro sta per mettere in pratica l’articolo 50 del Trattato sull’Unione Europea firmato a Lisbona, ovvero l’unica linea guida che regola l’uscita volontaria di uno stato membro dall’Unione.
Per quanto riguarda le negoziazioni, spetterà a Theresa May, successore di David Cameron come Primo Ministro, dare avvio alla procedura, in quanto le istituzioni europee hanno escluso a prescindere la possibilità di procedere tramite negoziazioni informali, finché il Regno Unito non darà ufficialmente inizio alla procedura. Secondo l’articolo 50, entro due anni al massimo, il Regno Unito avrà lasciato l’Unione Europea. Tuttavia, molti si chiedono se la Brexit possa essere revocata, se ci si possa aspettare un’ulteriore contestazione per definire le sorti del Regno Unito. Un’alternativa plausibile per alcuni osservatori è quella di trovare un modo per aggirare il risultato del referendum, ma questo comporterebbe il pericolo di una reazione violenta da parte dei convinti sostenitori dell’exit e una possibile ascesa dell’estrema destra.


Tra i sostenitori di una possibile via alternativa alla Brexit vi è chi, come l’europarlamentare londinese Seb Dance, afferma di non essere “sicuro che le persone sappiano per cosa hanno votato”. Sicuramente il Regno Unito non è mai stato uno stato membro particolarmente integrato, ma probabilmente la Brexit non era l’unica via possibile per soddisfare i votanti euroscettici. Molti osservatori hanno descritto questo fenomeno come sintomo di frustrazione di coloro che combattono per delle certezze, che si sono sentiti esclusi in ambito europeo. Proprio questa frustrazione è diventata il mezzo usato dai partiti più euroscettici, per promettere grandi cambiamenti, portando a ideali estremi e fantasie che hanno ingigantito il divario tra partiti. La realtà politica del Regno Unito vede infatti delle forze particolarmente inflessibili, restie a scendere a compromessi. Anche l’impatto mediatico è stato potente: la responsabilità sociale dei media in questo contesto era altissima. La forza mediatica di quotidiani popolari come il The Sun ha infatti aiutato l’ascesa di un estremismo celato sotto la copertura della libertà di parola.
Per quanto riguarda il cosiddetto “effetto Brexit”, finora, nonostante la sterlina abbia subito un netto deprezzamento, i dati non hanno indicato alcun effetto radicale nel Regno Unito o nell’UE. Questo può essere parzialmente spiegato dal fatto che gli investitori sono coscienti del tempo necessario per implementare la Brexit e hanno adottato di conseguenza un approccio in attesa di ulteriori sviluppi.
Il settore finanziario sarà sicuramente il primo a mostrare qualche effetto. Secondo la Financial Conduct Authority (FCA), l'authority di regolamentazione britannica dei mercati finanziari, i "passport rights", che consentono a 5.500 società finanziarie di collocare i servizi finanziari nell'intera UE dalla base di Londra, sono a rischio a causa della Brexit. Il commercio inglese inoltre dipende strettamente dall’Unione Europea, in quanto il 44% delle sue esportazioni è infatti diretto in Europa e una buona percentuale dei restanti rapporti commerciali avviene comunque tramite canali europei.
Un ulteriore effetto di notevole impatto sarà sicuramente quello sulla Scozia. Il voto degli scozzesi è stato molto chiaro: il 62% ha optato per rimanere e alcune città, come Edimburgo, hanno sfiorato addirittura il 75%, motivo per cui il governo scozzese ha cominciato a contemplare l’idea di un secondo referendum per l’indipendenza. Nel contesto di questo referendum è stato infatti ampiamente ignorato l’effetto a livello locale. L’impatto della Brexit sulla Scozia sarà particolarmente negativo specialmente a livello finanziario, in quanto molti programmi politici, sociali e culturali, come per esempio il progetto di incentivo all’occupazione giovanile, dipendono da fondi europei.
Non da meno sarà l’impatto della Brexit sulla libertà di movimento: nonostante gli stranieri residenti da almeno 5 anni possano richiedere la doppia cittadinanza, chi progettava di partire oltremanica per trovare un posto di lavoro non potrà più farlo tanto facilmente, necessitando di un visto di lavoro già prima della partenza. Per quanto riguarda gli studenti, la Brexit comporterà inoltre la rimozione del Regno Unito dai programmi Erasmus, enorme perdita di opportunità per chi desiderasse sperimentare un periodo di studi in un paese anglofono.
Indipendentemente dai risultati delle negoziazioni, sia l’Organizzazione di cooperazione e sviluppo economico, che il Fondo Monetario Internazionale hanno predetto alcune possibili ripercussioni negative sull’economia globale, insistendo sul fatto che l’incertezza influenzerà il commercio a livello mondiale. La visione più negativa è quella di una hard Brexit, che comporterebbe l’uscita dall’Unione doganale, l’indipendenza scozzese, la perdita dei fondi europei, un netto calo della produzione, la perdita di migliaia di posti di lavoro, della libertà di movimento e molto altro.
In termini del cosiddetto “effetto Brexit” sulle impostazioni politiche europee e britanniche, le conseguenze a medio e lungo termine rimangono ignote. Da un lato la Brexit può essere persino considerata un efficace fattore anti-euroscetticismo, nel caso in cui il Regno Unito uscisse penalizzato da questo processo. Allo stesso tempo, la percezione dell’appropriatezza o inappropriatezza della scelta di lasciare l’Unione Europea dipenderà dal modo in cui sia il Regno Unito che l’UE saranno capaci di gestire questo processo, sia in termini di prestazioni economiche, che di stabilità politica. Ci si interroga se questo processo porterà dunque a una partita persa per entrambi. Sicuramente dal punto di vista economico le perdite saranno notevoli, ma c’è chi auspica un potenziale aspetto positivo per l’Europa, che libera dal continuo freno rappresentato dal Regno Unito, potrà risolvere meglio e più velocemente le proprie questioni, compiere qualche passo avanti relativo all’integrazione e lasciare maggiore spazio a stati membri che hanno sempre subito l’ombra del Regno Unito.


Lisa Bringhenti

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